Eurydice — del lucchetto
Il cantore Orfeo, sceso negli inferi a salvare l'amata, si voltò a guardarla sulla via del ritorno, condannandola a rimanere nell'Ade per sempre. Secondo Pavese, Euridice è una stagione della vita.
Il vecchio college di OH ha chiuso da tempo.
Ora ce n'è un altro, che ha aperto tre anni fa.
Mentre ero ferma all'ingresso, cercando di capire come entrare, si è avvicinata una macchina.
Dentro c'era un ragazzo, con i suoi genitori.
Per lui, il cancello si è aperto.
Quella che era casa mia ora è casa di qualcun altro.
Chissà se dorme sul nostro letto, mi sono chiesta, o se magari occupa la stanza che un tempo è stata mia e di mia sorella.
Sono passati dieci anni, e siamo diventate altre persone. E quante case abbiamo cambiato, quanti letti, quanti aerei, quanti treni...
E anche se mi sembrava il posto più sensato dove andare, ho capito che nemmeno lì avrei potuto trovare quello che stavo cercando. Ne rimaneva solo un altro.
E quindi ho percorso la strada in senso opposto, verso la scogliera.
Lungo la via, mi sono guardata intorno, e ho visto la campagna di un altro colore: sarebbe più appropriato chiamarla in modo diverso, quella via, ora che il sole picchia così forte, e l'erba cresce gialla invece che verde.
Arrivata sulla costa, ho attraversato il sottopassaggio, e ho sentito il garrito dei gabbiani nel cielo e il rumore dei miei passi echeggiare intorno a me.
Quando sono arrivata a metà, una folata di vento mi ha portato quell'odore salmastro alle narici.
Strano: nella mia testa, quel mare doveva avere un profumo diverso. Ma in realtà ci ho sentito l'odore di tutti i mari della Terra.
Ho chiuso gli occhi per un momento, e ho camminato al buio. Ero lì, ma ero ovunque.
Arrivata in fondo, li ho riaperti, e ho riconosciuto tutto.
Era così luminoso.
Per me era passato più di un terzo della mia vita, ma per quelle scogliere bianche il tempo scorreva in modo diverso.
Sono corsa verso la ringhiera, per vedere se il lucchetto fosse ancora lì.
Ed era lì.
Nonostante ogni regola della probabilità giocasse totalmente contro, nonostante chiunque mi avesse detto che non ce lo avrei mai trovato dopo tutto quel tempo, era ancora lì. Giusto un po' più arrugginito di dieci anni prima.
Mi sono fiondata giù per la prima rampa di scale, entusiasta.
Non era stato tolto da un indifferente impiegato del comune o da un qualsiasi volontario per la conservazione dell'area: avrei potuto toglierlo io, con le mie mani.
Due di quelle quattro mani in tutto l'universo che sarebbero state legittimate a compiere quel gesto, ma le uniche due che avrebbero effettivamente potuto farlo.
Però avevo aspettato tanti anni, e potevo aspettare qualche minuto in più.
Prima dovevo arrivare fino in fondo.
Mentre scendevo gli ultimi gradini che portavano alla massicciata, sentivo il rumore delle onde affievolirsi sempre di più, fino a svanire.
Sotto le scogliere di gesso bianco, il mare era azzurro, ma muto. Non si udiva più nemmeno il rumore dei gabbiani.
In fondo alla scala c'erano due ombre.
Una era seduta in disparte, verso la spiaggia. L'altra invece mi aspettava in piedi, con le mani nelle tasche della solita felpa, come se sapesse già che sarei arrivata.
«Eccoti qui, dieci anni dopo» esordì «precisa come un orologio svizzero.»
«Elena» la riconobbi, sorridendo. «E quella è lei?» le chiesi, indicando l'altra ombra.
«Sempre lei, sempre uguale» mi rispose, arricciando le labbra «nel bene e nel male.»
«E tu come stai?»
«Mah, dipende. Felice, sfinita, gasata, triste. In base a come si sveglia lei la mattina. Ma tanto sono sicura che te lo ricordi» sorrise, scuotendo la testa. «E tu, invece, perché sei qui? Pellegrinaggio nostalgico?»
«Più che altro, sono tornata qui per cercare il mio senso.»
«Uh, per questo non penso che ti potremo aiutare. Né io né lei.»
«Come no?»
«Al massimo, possiamo farti sentire qualche canzone nuova. Ormai anche lei ha imparato a fare bene i barrè, quindi riesce a suonare tutto.»
«Beh me lo auguro. Insomma sono dieci anni che starete qua ad abbracciarvi e a strimpellare Wonderwall.»
«E Atlantis, e tutte le altre. Ti ricordi?»
«Certo che mi ricordo.» E mi si scaldò il cuore, al pensiero.
«Ecco, allora forse ti ricorderai anche che non ci ponevamo quel tipo di domande allora.»
«Già, il problema più grande era capire dove trovare una lattina di birra o una sigaretta.»
«Esatto. Mentre i tuoi sono problemi nuovi, articolati. Come mai pensavi di trovare qui le tue risposte?»
«Onestamente, avevo finito gli altri posti dove cercarle.»
«Ma non hai studiato filosofia, alla fine?»
«Sì, perché?»
«Perché mi sembra che tu abbia più domande e meno risposte di prima. Dovresti chiedere un rimborso.»
«Ci stavo pensando anch'io, sai» replicai, sorridendo, e poi continuai: «È che non so dove trovarle, capisci? Per tanto tempo ho pensato che fossero nascoste da qualche parte tra questo posto e Londra.»
«Pessima idea. Finché stavi qui non ti sei mai posta il problema.»
«Lo so. E poi le ho cercate nei capoluoghi del Veneto, al porto di Ancona, tra le mura di Urbino, dentro la mia casa. Ma non le ho trovate da nessuna parte.»
«E quindi sei tornata qui.»
«Già. Ho fatto una tappa intermedia, qualche settimana fa. Ma non stavano nemmeno lì.»
Lei guardò l'altra ombra, e poi si voltò verso di me, interrogandomi con lo sguardo.
«Esatto» le dissi. «Proprio là sono andata.»
«E lei com’è?» mi chiese, incuriosita.
«Sempre lei, sempre uguale» le risposi, sorridendo «nel bene e nel male.» E poi aggiunsi: «Se tu l’avessi conosciuta oggi, te ne saresti potuta innamorare come hai fatto in passato.»
Lei comprese, e annuì. «E tu, invece?» mi chiese.
«Ormai per me quella stagione è passata. Non può darmele lei le risposte che voglio. A dire il vero, non penso che le abbia nemmeno per se stessa.»
«E quindi dove andrai ora?»
«Dopo questo posto? Non ne ho idea. A questo punto comincio a dubitare che quello che sto cercando si possa trovare da qualche parte là fuori.»
«Forse è dentro di te.»
«Forse sì, forse no. Ma lo cercherò fino a scaricare l'inchiostro di tutte le penne del mondo, e fino a consumare le suole delle mie scarpe. Cos'altro potrei fare?»
«La nostra proverbiale ostinazione...» sorrise lei.
«In un certo senso ha pagato» notai, guardando l'altra ombra.
«Per me sì, ma per te?» ribatté lei. «Dev’essere stato difficile, dopo.»
«Aveva troppa paura.»
«Però ci amava.»
«Sì, ma per le altre persone non sempre basta» replicai, con un sorriso amaro. «È allora che mi sono posta il problema per la prima volta.»
«Ce lo avevano detto spesso che il senso non può essere l'amore. Lo sapevo anch'io.»
«Io però ci ho sperato fino in fondo.»
«E il coraggio?»
«Lo sai che di quello ne abbiamo tanto, ma è solo un mezzo. Non può essere il senso, se ce n'è uno.»
«Però ricordati che noi non molliamo.»
«Me lo ricordo ogni giorno. Anche perché il nostro coraggio ti ha resa felice, per sempre.»
«Noi siamo semplicemente qui» mi rispose, guardando l'altra ombra «perché apparteniamo a questo posto.»
«Lo so.»
«Ma tu non più.»
«So anche questo.»
In effetti, anche focalizzando l'udito, mi accorsi che quelle scogliere erano mute come il mare. L'unico suono che riuscivo a sentire in quel momento era la voce della mia ombra.
Per un momento, mi chiesi se, almeno a lei, tutto quello parlasse ancora. Ma che cos’altro aveva bisogno di sentirsi dire, lei, in fondo?
«Ci sto scrivendo un libro, sai. Su di noi.»
Lei mi guardò sorpresa. «In che senso?»
«Su quello che sarebbe potuto essere.»
«Sottona» commentò lei, ridendo.
«È più complicato di così» replicai, non riuscendo a trattenere un sorriso. «E comunque è facile dire una cosa del genere per un fantasma.»
«Sì e no. Ricordati che io e te siamo comunque la stessa cosa.»
«In tempi diversi.»
«Vero. Ma certe cose non cambiano. Io so chi sei» mi ricordò. «Oltre che qui, io sono anche dentro di te. E anche lei, in un certo senso» disse, indicando l'altra ombra con la testa.
«Questo lo so già da tempo e non me lo dimenticherò mai.»
«E allora non c'era mica bisogno di tornare qui per stare con noi.»
Rimasi in silenzio per un momento, e poi le chiesi: «Senti, ti dispiace se vado a salutarla, un attimo?»
«Fai pure, ma non credo sia quella che ti ricordi.»
«Ma io ricordo tutto.»
«Lo so, ma sono passati dieci anni, e tu sei me, più qualcos'altro: sei cambiata.»
«E lei?»
«Lei è sempre la stessa. Quella che avrebbe la possibilità di cambiare non è qui, e tu lo sai. Hai detto che l'hai vista di recente.»
«Sì.»
«E allora perché me lo chiedi?»
«Perché mi hai detto che non è quella che ricordo, e mi sono chiesta se cambiassero anche i fantasmi.»
«I fantasmi non cambiano, Elena. Però cambia il tuo sguardo.»
Annuii, e rimasi ferma dov’ero.
«Quindi sei sicura? La chiamo?»
«Forse hai ragione, lascia stare. Però dille che sono passata.»
«Va bene. Sono sicura che le farà piacere.»
«Però non dirle com'è andata a finire, dopo. Lasciala sognare.»
«Lei che può, dici...»
«Esatto. A te l'ho detto perché tanto tu l'hai sempre saputo.»
«A proposito, scusami. Alla fine io sto qui a godermi la parte migliore, ma sei tu che poi ne hai subito le conseguenze.»
«In qualche modo dovevamo pur imparare» le risposi, alzando le spalle. «E per noi la vita ha scelto questo.»
«Dev’essere stato doloroso.»
«A suo tempo, non eri capace di immaginartelo, cosa sarebbe diventato tutto questo per noi. E non me lo spiego del tutto nemmeno io, adesso» le risposi, sorridendo amaramente. «Infatti ti devo chiedere un favore.»
«Dimmi.»
«Il lucchetto. Posso toglierlo?»
«Fallo.»
«Davvero? Posso?»
«Ti ho detto che puoi, sì.»
«Senza esitazione?»
«Senti, Elena, io so quanto conta quel lucchetto per noi. E se vuoi toglierlo, dopo dieci anni, allora vuol dire che devi proprio averne bisogno.»
«Certo. Ma voi...?» le chiesi, preoccupata.
«Non è quel lucchetto a tenerci qui, tranquilla.»
Arricciai le labbra. Quella era l’unica cosa che non ero disposta a rischiare.
«Elena, fallo.»
«Va bene. Grazie.»
«Figurati, mi sembra il minimo per averti incasinato la vita.»
«Non dirlo neanche per scherzo. Ricordati: meglio un giorno da Elena che cento da codarda.»
«Questo sempre» mi rispose, sorridendo.
E poi la salutai, e ritornai su.
Un gradino dopo l'altro, ho ricominciato a sentire il rumore delle onde, e il garrito di qualche gabbiano.
A quel punto, rimaneva soltanto una cosa da fare.
Salendo, mi sono fermata davanti alla ringhiera. Ho guardato di nuovo il lucchetto, e mi sono inginocchiata lì davanti, appoggiando il mio zaino per terra.
Dieci anni prima, avevamo buttato una delle tre chiavi in acqua, convinte di aver sigillato qualcosa per sempre.
E, in un certo senso, in effetti era stato così.
Ma ai fantasmi non serve un lucchetto per restare legati nella morte.
E ai vivi non serve una prigione di ferro per ricordare. Non a me almeno. Tanto io ricordo tutto in ogni caso.
Mi ero portata dietro la mia chiave, ma, rigirando il lucchetto tra le mani, mi sono accorta che ormai la serratura era troppo arrugginita perché potesse funzionare.
A dire il vero, però, me lo aspettavo, che avrei dovuto toglierlo con la forza. E se avesse resistito troppo, lo avrei lasciato lì.
Chi sono io per oppormi alla resistenza di un lucchetto cocciuto?
Ma non gliel'avrei resa facile.
Quel lucchetto era la risposta all'unica domanda che ero riuscita ad articolare fino in fondo. E, almeno quella, me la sarei voluta portare dietro.
Poi, in base alle ricerche che avevo fatto, sapevo che la ruggine doveva averlo indebolito molto.
Mentre pensavo a queste cose, sono passati accanto a me un signore e una bambina.
Mi hanno guardata in modo strano.
Ma cos'altro avrebbero dovuto fare? Loro non sapevano.
Forse a loro quelle scogliere non avevano mai parlato.
O forse sì, e magari ero soltanto io che ormai non ero più in grado di sentirle.
Ho scosso la testa al pensiero.
Poi, ho preso il lucchetto tra il medio, l'indice e il pollice della mano destra, e ho iniziato a stringere.
Ha opposto un po' di resistenza, ma alla fine ha vinto la mia determinazione.
L'archetto ha ceduto e un pezzo si è sgretolato.
Me lo sono rigirato tra le dita, lentamente, e l'ho infilato nella tasca davanti dello zaino.
L’ho rimesso in spalla, e mi sono alzata in piedi, sorridendo.
Ho guardato le scogliere, ho guardato il mare, ho guardato le due ombre sulla massicciata, e ho sussurrato parole di gratitudine a ciascuna di queste cose.
E poi ho risalito l’ultima rampa di scale, guardandomi indietro per un'ultima volta.
Ho visto le colline, il villaggio, le scogliere e il mare.
Infine ho guardato quella ringhiera, ormai vuota, consapevole che il mio tempo lì era finito per sempre.
E mi sono voltata.


Mamma di quattro, OSS tra i corridoi dell’ASL di professione e Assistente Sociale per formazione.
Sono una Donna del Cancro: empatica e protettiva, ma con una determinazione incrollabile.
Porto dentro la Luna, la resilienza e quella sana dose di 'cazzutaggine' necessaria per tenere insieme tutto.
Leggo per nutrirmi, scrivo per salvarmi.
Non chiedo permesso: cammino e trasformo il caos in parole, perché la mia anima non conosce altro modo per restare in equilibrio.
Ho una laurea in Servizio Sociale che uso per capire il mondo e la mia passione viscerale per i libri che uso per evaderne. Scrivo, perché per me scrivere non è un passatempo, ma una necessità vitale.
seguimi, ti sorprenderò.